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dal Gennaio 1989 il primo mensile gratuito di concerti e musica in Italia n°165 09/06
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n209 07/2010
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Musicclub n°165 09/06 - Rubriche
"IAN'S HOUSE"
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BELLMER DOLLS THE BIG CATS WILL THROW THEMSELVES OVER 6 GIUGNO 2006 – HUNGRY EYE RECORD
 
Bellmer Dolls The big cats will throw themselves over 6 giugno 2006 – Hungry eye record - Ian Della Casa
Prodotto da quell’elegante degenerato infame di Jim Sclavunos (Nick Cave, Sonic Youth, The Vanty set etc) questo trio Newyorkese ha già dalla sua oltre che l’appoggio di un grande come il seme cattivo di cui sopra, anche una folta schiera di ammiratori illustri fra i quali spicca il nome del regista Jim Jarmusch, che ha definito la loro musica: “Dark and damaged — just how I like my rock and roll.” E il buon vecchio regista di Dead Man, Daunbailò e Broken Flowers dimostra di intendersene in materia, perché questi Bellmer Dolls, sono in assoluto la cosa più figa ed entusiasmante che Mr. Massetti mi abbia passato negli ultimi tempi. Oscuri e gotici come i migliori Bauhaus, maledettamente bluesy e distorti come un Jon Spencer che flirta con Nick Cave e carichi di un energia viscerale da band senza fronzoli, questi ragazzi dimostrano di sapere mettere insieme stomaco e dolore interiore, atmosfera e grande tiro, facendoti sprofondare in una disperazione che - come succede sempre nel miglior rock’n’roll che si rispetti- si rivela morbosamente piacevole. Peter Mavrogeorgis (già alice texas) e soci non sono certo degli sbarbatelli alle prime armi e non hanno bisogno di snocciolare i loro curricola di primo livello per dimostrare il loro valore. Questo primo Ep per la hungry eye records, a cui seguirà un attesissimo – almeno per il sottoscritto - primo lp, parla da sé e si compone di una miscela di suoni quanto mai originale e lontana dai cliché di certo revivalismo post-punk–new-wave che tanto imperversa di questi tempi. Il Blues sporco di Push!Push! Coinvolge sin dalla prima nota e la voce distorta di Mavrogeorgis non ti si scolla più dalla testa, The Diva prosegue con un andamento simile, per poi esplodere in una climax devastante che solo la drammaticità del grido da bambola sgraziata di Peter sa rendere incommensurabilmente bello. There is no Oblivion strizza l‘occhio alla classifica, ma lo fa con il solito impeccabile stile. Poi mentre mi ascoltavo il brano intitolato L’condition humaine - straziante e bello tra l’altro -ho scoperto che il signor Hans Bellmer era un artista tedesco nato Kattowitz nel 1902 e morto a Parigi nel 1975 a cui piaceva molto cimentarsi con sculture in legno riproducenti bambole non proprio ortodosse. Decido quindi di approfondire, anche per emancipare me stesso da una condizione di pressoché totale ignoranza in materia d’arte e così da qualche parte leggo che Bellmer sembrerebbe scandagliare l’animo umano per far emergere le sue perversioni: eros, psiche ed intelletto si fondono in un connubio elegante e ricco di pathos. (Toh, vi metto il link - www.guidautile.com/blog/MrCacegghia/articolo.asp?ID=25) Inutile dire che senza tanti fronzoli, senza citare gruppi ed influenze, senza vivisezionare il sound di queste bambole di Brooklyn queste brevi e lapidarie parole abbiano saputo esprimere molti più elementi dell’immaginario dei Bellmer Dolls di quanto io possa dirvi con una recensione lunga e pedante. Vi consiglio quindi di andarvi ad ascoltare i loro brani sul loro sito web (www.bellmerdolls.com) e su myspace (www.myspace.com/bellmerdolls) e si vi capita questo bell’EP fra le mani non lasciatevelo scappare perché non annoia mai: ogni brano ha una sua forte personalità, ma la compattezza del disco e del sound della band non ne risentono e di questi tempi è già una gran cosa. Infine se il disco vi sarà piaciuto, aspetterete come me trepidanti il loro primo album previsto per il 2007 e non li perderete certo nel loro tour europeo previsto per la primavera dello stesso anno e quando la band lascerà il palco vi risuoneranno in corpo questi versi quasi fossero una sensazione:
when the piano lid fell down
it tore the back off of her gown
the diva, in a tearing rage
she left the concert stage.
Ian Della Casa
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