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STEFANO SCODANIBBIO 18/06/1956 - 11/01/2012 R.I.P.
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Macerata, 11 gennaio 2012 - Di lui un mostro sacro come John Cage diceva che era “amazing”. Cioè straordinario, eccezionale, ma anche sorprendente, fino a essere sbalorditivo. Diceva, Cage, di non aver mai sentito suonare il contrabbasso così. Un’opinione condivisa dagli estimatori, tantissimi, che Stefano Scodanibbio aveva nei quattro angoli del mondo. Un popolo di raffinati intenditori, che continueranno ad amare il suo modo così totale di pensare e restituire musica, anche ora che Scodanibbio ci ha lasciato: il musicista maceratese è scomparso nella notte tra domenica e lunedì dall’altra parte della terra, in Messico, dopo una lunga malattia. Aveva 55 anni, era infatti nato il 18 giugno del 1956. Una vita breve ma intensa, la sua, alla continua ricerca di un suono nuovo e puro, capace di riempire di senso il lavoro del musicista. Aveva l’aria severa, sembrava continuamente assorto nei suoi mondi, ma aveva anche quegli occhi di un nero profondo che guardavano con affetto e simpatia all’interlocutore di turno, che stava lì, in quel momento, ad ascoltare la sua voce calma e grave spiegare cose complicate nella maniera più semplice e comprensibile. No, non è mai mancata a Scodanibbio la capacità di comunicare, con le parole, certo, ma soprattutto con la musica, quella che usciva dal suo contrabbasso e quella che componeva, per eseguirla lui stesso o per affidarla alla sensibilità di altri artisti. Il contemporaneo non poteva che essere il suo mondo. E l’amore per la ricerca ha cercato – con ostinazione e con un gruppo di sodali che ha condiviso la sua visione del mondo – di trasmetterlo alla sua città: Macerata è infatti la sede, dal 1983, della Rassegna di Nuova Musica, che anno dopo anno ha resistito alle difficoltà del parto, è cresciuta forte e ora è ben solida. Metafora per dire che l’appuntamento del Lauro Rossi si è affermato a tal punto, che ormai da tante stagioni fa registrare l’esaurito a ogni edizione. Un piccolo, grande miracolo, da ascrivere alle capacità di Scodanibbio e del suo gruppo, perchè per il contemporaneo la vita in provincia non è mai facile. Eppure, alla profondità culturale del suo territorio di origine Stefano ci ha sempre creduto. Lui, che aveva conosciuto ormai da anni la notorietà planetaria. Dopo gli studi con Grillo, con Sciarrino, con Zurletti – che gli avevano permesso di unire le qualità tecniche alle necessarie conoscenze storiche e filosofiche del mestiere di musicista – la sua carriera è decollata prestissimo e lo ha felicemente costretto a essere giramondo fin da giovane, conteso dai maggiori festival, con Bussotti e Donatoni (solo per citare un paio di compositori) che scrivevano per essere eseguiti da Scodanibbio. E poi il lavoro con Nono e Giacinto Scelsi, forse il più visionario e originale tra i ricercatori delle nuove frontiere del suono. Terry Riley ed Edoardo Sanguineti hanno voluto collaborare con lui, Giorgio Agamben ha scritto per la sua musica e con il regista Rodrigo Garcia (altro amante del contemporaneo spinto) hanno messo la firma sullo stesso spettacolo. Ci mancherà, Stefano Scodanibbio, profeta del guardar lontano.






















































